Un invito alla gratitudine e alla musica

Promuovendo il Festival Mariano Internazionale, l’Associazione Mariana, presieduta dal Dr. Luciano Zanforlin, fanno della città di Rovigo e del Polesine il capo coro di un concerto di lode e di gratitudine alla Madonna, che nel Tempio civico della Rotonda è venerata come Beata Vergine del Soccorso.

Mons. Livio Melina

Si realizza così, ancora una volta nella storia, la profezia che da due millenni la Chiesa Cattolica nella sua preghiera vespertina canta con le parole di quel canto straordinario del Magnificat, sgorgato dal cuore dell’umile ragazza di Nazaret: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata!” (LC 1, 48). Profezia incredibile, allora, ma che si è compiuta nei secoli e si compie anche oggi.

Anche per la nostra generazione, anche in questa città, anche nella nostra diocesi di Adria-Rovigo e nella nostra terra, potrà cosi verificarsi la verità di queste parole quasi impensabili quando furono pronunziate in un piccolo villaggio della Giudea, non lontano da Gerusalemme, ad Ain Karem, secondo gli storici, dove Maria di Nazaret si era recata in visita alla cugina Elisabetta, lei pure incinta benché ormai anziana. E dall’incontro delle due madri nasce il canto di meraviglia e di lode.

Il Magnificat è un inno di gratitudine al Signore, che esprime musicalmente l’esulante riconoscenza per le grandi cose che Dio ha compiuto nell’intimo di Maria, iniziando in Lei, mediante il concepimento verginale di Suo Figlio Gesù, una storia di salvezza, che è arrivata fino a noi, di generazione in generazione, e che ha portato lungo i secoli frutti di bene, frutti di vita spirituale e materiale, frutti di civiltà e di cultura, fecondando la società degli uomini, ed anche il nostro popolo veneto e polesano.

Questo Tempio votivo è il segno della gratitudine alla Madonna della città di Rovigo, per il soccorso sperimentato dal nostro popolo cinque secoli fa nella liberazione da un assedio e dal flagello terribile della peste. Altre testimonianze di devozione riconoscente sono presenti in questa città (dalla Madonna delle Grazie in Duomo, al Santuario Mariano delle Suore Serve di Maria Riparatrice, alla Commenda), a Lendinara col Santuario della Madonna del Pilastrello, ad Adria, con la Basilica di Santa Maria Assunta della Tomba, con la Beata Vergine del Rosario in Cattedrale e coll’antico bassorilievo copto, ivi custodito, forse la più antica testimonianza di devozione mariana del Veneto. Centinaia di altri segni più umili e quotidiani, capitelli, quadri, edicole affiancano discretamente il nostro cammino quotidiano, invitandoci a fare memoria e ad alzare il nostro sguardo, ad invocare protezione, a cantare il nostro Magnificat.

“D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata!”. Questa profezia fiorita sulle labbra della Madonna mi sembra dunque esprimere bene il senso dell’iniziativa del Festival Mariano Internazionale, che stiamo presentando. Due elementi vorrei sottolineare, per indicarne il contenuto spirituale, ma anche civico: la gratitudine e la musica in cui essa si esprime.La gratitudine.

La gratitudine

L’inno del Magnificat è il canto della gratitudine, della riconoscenza e dell’’esultanza per il Magnalia Dei, le “grandi cose” che Dio compie. Oggi però la gratitudine è un atteggiamento che si è fatto molto raro. Forse è sempre stato raro, se lo stesso vangelo narra che solo uno dei dieci lebbrosi guariti da Gesù tornò a rendere grazie (Lc 17, 11-19). Ai nostri giorni è più facile notare il lamento, la pretesa, l’incattivirsi e l’essere indifferenti. Ma è civiltà questa?

La filosofia ebrea tedesca Hannah Arendt coglie nella gratitudine l’unica sorgente da cui può scaturire una vera novità nell’agire umano. Raccontando la psicologia del criminale nazista, Lei ha parlato della “banalità del male” ed ha scandalizzato i benpensanti. Non occorre essere mostri per compiere azioni e imprese cattive e persino orrende. Il male in fondo è banale e ripetitivo. Nasce da un vuoto di memoria e di valori. Allora le azioni sono semplici reazioni, riflessi automatici, che provengono da un’assenza di pensiero e di affetti. In queste azioni non c’è nulla di nuovo. Nel peccato non c’è proprio nulla di originale: il peccato è sempre una banale ripetizione, la schiavitù di una reazione, una mancanza di libertà.

Sant’Agostino scrisse nel De Civitate Dei che “l’uomo è stato creato per essere l’inizio di qualcosa di nuovo”. L’azione è nuova quando nasce dalla gratitudine, cioè dal riconoscimento della propria condizione di destinatari di un dono, che coincide addirittura con dono originario del nostro esserci e della nostra libertà. Potremmo dire: dal riconoscimento che siamo creature, o addirittura figli. Riconoscersi figli è condizione per vivere da fratelli con gli altri uomini.

Maria, che non ha conosciuto il peccato, ha potuto elevare il canto puro della gratitudine e dunque le sue azioni erano pura novità. Lei è all’inizio del popolo nuovo, che sa cantare il Magnificat, perché sa fare memoria dei doni e può vivere fraternamente. La tradizione vuole che l’incontro tra Maria ed Elisabetta sia avvenuto presso una fontana dove quest’ultima si recava ad attingere acqua. Cosi unirci a Maria nel cantare le grandi cose che Dio compie significa scoprire la sorgente per la vita personale e per la convivenza civica.

I nostri padri costruirono questo Tempio per gratitudine a Maria, lo costruirono bello e grande, ricco di arte e di cultura. Erano coscienti del valore civile di questo gesto e su di esso volevano fosse fondata la città. Essi ci hanno lasciato questa saggia eredità, che oggi riprendiamo in mano come pegno di fraternità civica. Non il risentimento, non il vuoto, non la paura e l’ostilità, ma la gratitudine deve stare alla radice della vita sociale.

La musica

La gratitudine, che riempie il cuore non può esprimersi solo a parole. Quando il cuore è pieno di gioia deve cantare, diceva sant’Agostino, non può esprimersi solo a parole, perché sente che la parola è insufficiente. E infatti il Magnificat è stato sempre cantato ed anche messo in musica da grandi compositori, da Monteverdi a Vivaldi, da Bach a Marin Marais.

Ecco, anche il nostro Festival Internazionale Mariano inizia con la musica, con concerti dedicati a Maria da grandi compositori ed eseguiti da interpreti di valore internazionale. La musica ci aiuterà ad esprimere la gratitudine, a far maturare la fraternità, a crescere in un cuore ampio e ospitale, non dominato dal risentimento, dal lamento o dalla paura.

Il Papa Benedetto XVI, grande appassionato e conoscitore della musica, ebbe a dire: “Sono convinto che la musica….sia veramente il linguaggio universale della bellezza, capace di unire fra loro gli uomini di buona volontà su tutta la terra e di portarli ad alzare lo sguardo verso l’Alto e ad aprirsi al Bene e al Bello assoluti, che hanno la loro ultima sorgente in Dio stessa”.

Il Magnificat è il canto di una sposa, che nella irruzione del Signore nella sua vita, vede la sua sponsalità umana con Giuseppe trasfigurata e non distrutta, assunta dentro alla sponsalità più grande con lo Spirito Santo, misteriosamente elevata a simbolo della relazione sponsale della Chiesa con Cristo, di cui ieri ci ha parlato la liturgia nel vangelo di Cana di Galilea.

Nell’icona antica del Tempio della Rotonda tra le mani di Maria e quelle del Bambino Gesù sta una rosa, simbolo della città di Rovigo. Col Festival Mariano Internazionale, questa rosa sparge il profumo della musica, per convocarci tutti a riscoprire nella musica la forza creatrice della gratitudine.

Ecco dunque, a mio avviso, la speranza segreta di questa iniziativa, che ha un profondo significato spirituale e civile. Rovigo, a partire da questo Tempio vuol essere la città del Magnificat, quasi come il modesto villaggio di Ain Karem, modesto, ma grande nel disegno di Dio. Ciò significa essere città dell’incontro, della gratitudine che fa nascere la fraternità, della musica che unisce gli spiriti e i cuori. Rovigo fa dunque da capo coro. E il capo coro sarà dunque lieto che non una sola voce canti, ma che questa iniziativa si estenda e coinvolga, a partire dalla città, anche la diocesi e il territorio più vicino, allargandosi poi, senza porre confini: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata!”.

Mons. Livio Melina